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La Bosnia è veramente un Everest da scalare?

Immagine del redattore: Andrea Ciccone
Andrea Ciccone
28 mar
Tempo di lettura: 5 min

Pochi giorni fa, il CT della nazionale italiana Rino Gattuso, un uomo che ha fatto della "grinta" il suo brand, ha rilasciato una dichiarazione dopo la vittoria dell’Italia contro l’Irlanda del Nord: “Abbiamo fatto un passettino, adesso dobbiamo scalare l’Everest contro la Bosnia”.

Per l’osservatore comune, queste sono parole di umiltà e motivazione. Per me, e per chiunque abbia nozioni di comunicazione e mastichi neuroscienze, queste parole sono un rilascio controllato di sostanze chimiche debilitanti. Sono istruzioni per l’uso che dicono al corpo del calciatore esattamente cosa provare: fatica, paura e una cronica mancanza di ossigeno.


Vedi, c’è un principio cardine che devi tatuarti nella corteccia prefrontale: ogni cosa è reale anche se non è vera.


L’Everest non è vero. Non c’è nessuna montagna da ottomila metri nel mezzo di un campo da calcio a Sarajevo. Ma è terribilmente reale nella mente dei giocatori che accettano questa metafora. E la neuroscienza ci spiega che il corpo non distingue tra un pericolo immaginato e un pericolo fisico. Per il tuo cervello, un pensiero è un fatto. Un’immagine è un comando. Un’emozione è chimica pura.


1. La Neurochimica del sabotaggio: il passettino e il crollo della dopamina

Iniziamo dal "passettino". Dal punto di vista della linguistica applicata, il diminutivo è un killer silenzioso. Perché? Perché il cervello umano è una macchina progettata per il risparmio energetico e la ricompensa.

Secondo gli studi di Wolfram Schultz, uno dei massimi esperti mondiali sui sistemi di ricompensa, la Dopamina non viene rilasciata solo quando otteniamo un risultato, ma soprattutto in previsione di esso e in risposta al valore che attribuiamo a quel risultato (il cosiddetto Reward Prediction Error).

Quando un leader – l’allenatore, il punto di riferimento – definisce una vittoria della Nazionale come un "passettino", sta inviando un segnale elettrico al Nucleus Accumbens dei suoi giocatori. Sta dicendo: "Quello che hai fatto non ha valore". Riducendo il valore dell’azione compiuta, spegni i rubinetti della dopamina. Senza dopamina, il tasso di apprendimento cala, la plasticità neuronale si riduce e, cosa ancora più grave per un atleta d'élite, la motivazione intrinseca subisce un micro-collasso.

Il campione ha bisogno di celebrare la conquista per ricaricare le batterie biochimiche. Se trasformi una vittoria in un "passettino", stai dicendo al tuo sistema nervoso che lo sforzo fatto non meritava il premio. Risultato? La prossima volta, il tuo cervello sarà meno disposto a darti il 100%. Non è pigrizia, è biologia.


2. L’Everest e l’Assalto dell’Amigdala: La Fisica della Paura

Passiamo all'Everest. Qui entriamo nel regno della "Metafora Concettuale". Le metafore non sono ornamenti del linguaggio, sono mappe cognitive. Se la prossima partita è un "Everest", il tuo cervello attiva immediatamente il frame della "sopravvivenza in condizioni estreme".

Cosa succede quando pensi a un’impresa sovrumana, faticosa e potenzialmente letale come scalare l’Everest? Entra in gioco l’Amigdala. L’amigdala non aspetta di vedere il pericolo: reagisce ai simboli. L’Everest è un simbolo di sofferenza.

Appena il concetto di "scalata impossibile" viene accettato come reale (anche se non è vero), l’asse HPA (Ipotalamo-Ipofisi-Surrene) si attiva. Inizia la produzione di Cortisolo, l’ormone dello stress.

Ecco cosa fa il cortisolo a un calciatore professionista prima di scendere in campo:

  • Inibisce la Serotonina: cala la fiducia in se stessi e aumenta l’ansia da prestazione.

  • Riduce la visione periferica: si passa dalla visione "foveale" (ampia) alla visione "a tunnel". Non vedi più il compagno che si inserisce a trenta metri, vedi solo il pericolo immediato.

  • Altera la propriocezione: i muscoli diventano rigidi. La fluidità del gesto tecnico sparisce perché il sistema nervoso sta dando priorità alla contrazione difensiva piuttosto che all'espansione creativa.

Scalare l'Everest richiede movimenti lenti, calcolati, fiato corto e sofferenza. Giocare a calcio richiede velocità, intuizione, ossigenazione e gioia cinetica. Se dici a un atleta che deve scalare una montagna, gli stai letteralmente mettendo degli scarponi di piombo ai piedi.


3. Il Sentimento di ciò che Accade

Antonio Damasio, neuroscienziato di fama mondiale, ha dimostrato con la sua teoria dei "Marcatori Somatici" che ogni pensiero è collegato a una reazione corporea. Se io ti dico "Everest", il tuo corpo produce una micro-reazione di affaticamento.

Ogni cosa è reale anche se non è vera. Ricordi?

Se io ti convinco che la Bosnia è un mostro sacro e la partita sarà una guerra di logoramento, il tuo battito cardiaco a riposo aumenterà. La tua variabilità della frequenza cardiaca (HRV), indice fondamentale della prontezza atletica, calerà drasticamente. Arriverai al fischio d'inizio già "chimicamente consumato".

In Italia, siamo maestri della "cultura della sofferenza". Esaltiamo il sacrificio, il sangue, il sudore. Ma la neuroscienza ci dice che il Flow (lo stato di grazia della performance) non abita nella sofferenza. Il Flow abita nell'equilibrio perfetto tra sfida e competenza, in un ambiente dove il cervello si sente "potente" e non "minacciato".


4. Il Divario Tecnico e il Paradosso Mentale

Arriviamo al punto dolente. Io mi auguro, ovviamente, che la nostra Nazionale si qualifichi. Mi auguro che i nostri ragazzi scendano in campo e facciano valere quel divario tecnico che, innegabilmente, esiste contro gli avversari bosniaci.

Sulla carta, non c'è partita. Abbiamo più talento (checchè se ne dica), tattica superiore, una storia che pesa. Eppure, perché ci sentiamo sempre in dovere di evocare l'Everest? Perché dobbiamo trasformare una partita di calcio in una battaglia o peggio ancora in una guerra?

La verità è che in Italia esiste ancora un mondo totalmente inesplorato: quello delle competenze mentali. Se parli di "mental training" in molti spogliatoi di Serie A, ti guardano come se fossi un alieno o un venditore di fumo. Eppure, la preparazione atletica è al top, la nutrizione è millimetrica, la tattica è maniacale. Ma il software? Il software che muove tutto – il cervello – è lasciato al caso. O peggio, è affidato a metafore logoranti come quelle di Gattuso.

Le competenze mentali nel mondo del calcio italiano sono, oggi, prossime allo zero. Siamo rimasti ai "discorsi motivazionali" negli spogliatoi che puntano tutto sul testosterone e sull'adrenalina. Ma l'adrenalina è un'energia a breve termine che brucia in fretta. Si parla tanto di "Testa", ma continua ad essere tutto molto approssimativo.


5. Conclusione: Il Futuro è di chi Domina il Software

Caro calciatore, caro allenatore, caro dirigente. Puoi continuare a credere che il calcio sia solo "cuore e grinta". Puoi continuare a pensare che le metafore siano solo modi di dire. Ma ricorda: ogni cosa è reale anche se non è vera.

Se credi all'Everest, sentirai il freddo, la stanchezza e la mancanza d'aria. Anche se sei a livello del mare. Anche se sei tecnicamente dieci volte più forte del tuo avversario.

È ora di svegliarsi. È ora di esplorare quel territorio mentale che oggi è una terra di nessuno. Il divario tecnico si colma con il lavoro sul campo, ma il divario di performance si vince dominando i processi neuro-linguistici che governano il tuo corpo.

La Bosnia non è una montagna. È un’opportunità di espressione della nostra forza. L’Italia non sta facendo passettini. Sta costruendo la concreta possibilità di tornare al Mondiale dopo 8 anni di assenza.


Se vuoi smettere di essere vittima della tua biochimica e vuoi iniziare a progettarla, sai dove trovarmi.

Il gioco inizia nella testa. La vittoria anche.


Il CT della Nazionale: Gennaro Gattuso

 
 
 

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