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Gattuso e il pericolo di "Entrare nella testa" (senza la mappa giusta)

  • Immagine del redattore: Andrea Ciccone
    Andrea Ciccone
  • 20 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

«Non sono Harry Potter, non faccio magie. Però posso garantire il massimo impegno per arrivare al mondiale, cercherò di entrare nella testa dei giocatori».

Le senti? Le parole hanno un peso. Un suono. E queste, pronunciate dal nuovo Commissario Tecnico della Nazionale, Gennaro Gattuso, risuonano come un tuono.

La maggior parte delle persone si fermerà alla superficie. Sentirà il solito ritornello: "grinta", "impegno", "sudore". Un po' di folklore per placare i tifosi delusi e i giornalisti a caccia di titoli.

Tu no. Se sei qui, su questo blog, è perché sai guardare oltre. Sai che le parole non sono involucri vuoti. Sono chiavi. Sono codici. E la dichiarazione di Gattuso non è una semplice promessa.

È un manifesto sull'importanza dell'area mentale, nel calcio di oggi. E, allo stesso tempo, l'innesco di una discussione che nel calcio italiano è ancora un tabù pericolosissimo.

Analizziamola, ma andiamo più a fondo questa volta. Smontiamo il meccanismo e guardiamo gli ingranaggi.


Atto Primo: distruggere la cornice della magia

La prima mossa di Gattuso è da manuale di PNL. Un reframing chirurgico.

«Non sono Harry Potter, non faccio magie».

Con questa frase, lui prende la cornice mentale che tutti si aspettano – il "Salvatore della Patria", l'uomo della provvidenza, il mago con la bacchetta – e la frantuma in mille pezzi.

Perché lo fa? Perché la "magia" è fuori dal suo controllo. È inaffidabile. È un'aspettativa irrealistica che genera solo due possibili risultati: delusione o un successo inspiegabile (e quindi non replicabile).

Gattuso la sostituisce con qualcosa di molto più potente, perché è totalmente sotto il suo dominio: l'impegno. Il processo. Il lavoro. Sposta il focus dal risultato (vincere il Mondiale) all'unica cosa che può garantire: il protocollo per arrivarci.

Questa non è umiltà. È intelligenza strategica. Sta dicendo a tutti: "Smettete di aspettarvi l'incantesimo. Iniziate a valutare il mio lavoro, le mie azioni, il mio metodo".

E fin qui, applausi.

Atto Secondo: la dichiarazione che apre il vaso di pandora

Ed eccoci al punto nevralgico. La frase che è, contemporaneamente, una straordinaria dichiarazione di intenti e un potenziale campo minato.

«...cercherò di entrare nella testa dei giocatori».

Meraviglioso. Finalmente un allenatore che lo dichiara apertamente. Che riconosce che le partite si vincono prima nella mente e poi sul campo. Che il talento senza la giusta struttura mentale è come una Ferrari senza benzina.

"Entrare nella testa" significa operare sulle credenze limitanti. Significa smontare la paura di sbagliare un rigore. Significa installare un dialogo interno potenziante che trasformi un errore in un'informazione, non in una condanna. Significa costruire un'identità collettiva, un "Noi" così forte da esaltare ogni "Io" per uno scopo comune.

Gattuso, con il suo carisma, la sua storia, il suo essere un'ancora vivente di "grinta", può senza dubbio influenzare questi aspetti. Può usare metafore, linguaggio evocativo, creare rituali. Può ispirare.

Ma la domanda che mi sorge spontanea, quella che quasi nessuno osa fare quando si sente un allenatore parlare di argomenti inerenti l'area mentale: chi ha le competenze per fare, davvero, questo lavoro?


Il pericolo dell'elefante nella cristalleria neurologica

"Entrare nella testa" di un atleta è un'operazione delicatissima. È come mettere le mani sul codice sorgente di un programma complesso. Se non sai esattamente quale stringa di codice toccare, rischi di mandare in crash l'intero sistema.

E qui si apre la discussione. Gattuso è un leader, un motivatore, un uomo con un'intelligenza emotiva e relazionale fuori dal comune. Ma "entrare nella testa" in modo scientifico, strutturato e sicuro è una professione.

Non è un'attività da dopolavoro. Non è qualcosa che si improvvisa sull'onda dell'entusiasmo o del "buon senso" e nemmeno delle buone intenzioni.

Immagina questo scenario: un giocatore ha una profonda insicurezza legata a un trauma sportivo passato. L'allenatore, con le migliori intenzioni, gli urla: "Devi essere più cattivo! Tira fuori le palle!". Cosa succede nella testa del giocatore? Potrebbe funzionare. Oppure, quella frase potrebbe agganciarsi alla sua credenza limitante ("Vedi? Anche il mister pensa che io sia un debole") e rafforzarla, mandandolo in tilt.

L'allenatore, per quanto bravo, è un esperto di tattica, di strategia e di questione tecniche. Pretendere che sia anche un esperto di ristrutturazione delle convinzioni, di gestione degli stati emotivi profondi e di protocolli mentali è come chiedere a un bravissimo meccanico di Formula 1 di eseguire un intervento di microchirurgia al cervello del pilota.

Sono due mestieri diversi. Entrambi vitali, ma diversi.

Il rischio, quando si entra nella testa altrui senza la mappa giusta, è quello di fare danni. Di rinforzare le paure invece di scioglierle. Di creare confusione invece che chiarezza. Di essere, per l'appunto, un elefante in una cristalleria neurologica.


La squadra ideale: un team di professionisti qualificati

Quindi, la dichiarazione di Gattuso è sbagliata? Al contrario. È la più corretta e moderna che si potesse fare. Ma va interpretata nel modo giusto.

Gattuso non sta dicendo "farò lo psicologo". Sta dicendo: "Riconosco che questa è l'area più importante su cui lavorare". Sta creando il contesto. Sta dando il permesso. Sta aprendo la porta a un lavoro che, per essere fatto al meglio, richiede una squadra di specialisti.

L'allenatore è il committente, il CEO del progetto. Definisce la visione ("Voglio una squadra che non molli mai, che giochi con coraggio"). Il mental coach professionista è l'ingegnere. È colui che ha gli strumenti, le tecniche, i protocolli scientifici per tradurre quella visione in una realtà mentale per ogni singolo giocatore e per il gruppo. Lavora sulle credenze, sul focus, sulla gestione della pressione. Fornisce la cassetta degli attrezzi.

L'allenatore usa la sua leadership per assicurarsi che quegli attrezzi vengano usati ogni giorno in allenamento e in partita. Lavorano in sinergia. L'uno non sostituisce l'altro.

Gattuso non deve essere Harry Potter. E non deve nemmeno essere uno psicologo. Deve essere Gattuso. E la sua grandezza starà nel capire che per "entrare nella testa dei giocatori" nel modo più efficace possibile, la cosa migliore da fare non è provare a farlo da solo, ma affiancarsi a chi ha dedicato la propria vita a studiare le mappe per navigare in quel territorio complesso e affascinante che è la mente umana.

La vera magia, oggi, non è più l'intuizione solitaria di un uomo solo al comando. È l'intelligenza di creare un team di eccellenze.

La domanda, quindi, non è se Gattuso riuscirà a entrare nella testa dei giocatori. La domanda che tutti noi – allenatori, giocatori, addetti ai lavori – dovremmo porci è: con quali strumenti e con quali competenze lo farà?

E tu, nella tua squadra, nel tuo lavoro, nella tua vita... stai ancora sperando nella magia o hai iniziato a cercare gli ingegneri giusti?

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