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L'Allenatore ce l'ha con Te? La verità che uccide ogni alibi e trasforma la tua carriera

  • Immagine del redattore: Andrea Ciccone
    Andrea Ciccone
  • 18 giu
  • Tempo di lettura: 3 min

Proprio in questi giorni mi è capitato di leggere alcune dichiarazioni di Julio Velasco, attuale CT della Nazionale italiana femminile di Volley: "Se un prof. ce l'ha con tua figlia, deve riuscire ad essere promossa lo stesso. Nella vita ci sarà sempre chi ce l'ha con te."

Il rimando al mondo del calcio, per me, è stato immediato. Nella mia decennale esperienza come Mental Coach, più volte ho affrontato la questione de "Il Mister ce l'ha con me, il Mister non mi vede." Dai, sono sicuro che almeno una volta è capitato anche a te. Quante volte l'hai pensato?

O l'hai sentito dire, magari a bordo campo, da un genitore con la faccia scura: "Quell'allenatore ce l'ha con mio figlio".

Una frase. Semplice, diretta. Una sentenza che sembra spiegare tutto: la panchina, la sostituzione, il rimprovero durante l'allenamento. Sembra.

Ma se ti dicessi che questa frase è la più grande bugia che racconti a te stesso? Se ti dicessi che non è una spiegazione, ma una trappola? Una prigione mentale che stai costruendo con le tue stesse mani.

Pensa a questa frase come a un codice, un comando che impartisci al tuo cervello. E il comando è: "Non dipende da me. La colpa è fuori. Io sono una vittima". E il tuo cervello, che è una macchina straordinaria ma pigra, obbedisce. Smette di cercare soluzioni, smette di lottare, smette di crescere. Si accomoda nell'alibi più comodo del mondo.


Il Vaccino di Velasco: gli anticorpi alla frustrazione

Julio Velasco, uno che di menti e di campioni se ne intende, ha appena lanciato una bomba. Parlando di giovani e di scuola, ha detto una cosa che dovrebbero scolpire all'ingresso di ogni spogliatoio: "Si devono fare gli anticorpi alla frustrazione. È sano chi sviluppa un buon sistema immunitario, non chi non viene mai a contatto col virus".

Rileggila.

Il "virus" non è il problema. Il problema è l'assenza di un "sistema immunitario".

Ora, applica questa magia al calcio. Il virus è l'allenatore che ti urla di passare la palla prima. È la panchina che non ti aspettavi. È l'esercizio in cui non riesci. Questi sono i virus. Sono inevitabili e, anzi, necessari.

La malattia, invece, è la storia che ti racconti dopo il contatto col virus. La storia tossica: "Ce l'ha con me".

L'allenamento mentale non serve a evitare i virus. Sarebbe come vivere in una bolla sterile, e come dice Velasco, questo ti renderebbe solo più debole. L'allenamento mentale serve a costruire gli anticorpi.

E come si creano? Cambiando la domanda. La domanda sbagliata, quella che ti ammala, è: "Perché ce l'ha con me?". La domanda potenziante, l'anticorpo che ti rende immune, è: "Cosa mi sta chiedendo di imparare questa situazione?".

  • Panchina? Cosa devo fare di così straordinario in allenamento per diventare un giocatore migliore?

  • Rimprovero? Quale dettaglio tecnico o tattico mi sta sfuggendo e che lui ha visto? Come posso trasformare la sua critica in un'informazione preziosa?

  • Sostituzione? In cosa posso essere più efficace la prossima volta per restare in campo nei momenti che contano?


Vedi la differenza? È un terremoto.

Nel primo caso, sei passivo, in attesa di un giudizio esterno.

Nel secondo, diventi il padrone del tuo destino.

Trasformi il veleno in medicina. Prendi il controllo della narrazione.


Smetti di volere un tifoso, pretendi un allenatore

Velasco dice anche un'altra cosa geniale: "I genitori non vogliono che una bambina pianga dopo una sconfitta". Lo stesso vale nel calcio. Il genitore, e spesso il giocatore stesso, vuole essere protetto, coccolato, rassicurato. Vuole un tifoso in panchina, non un allenatore.

Ma un allenatore non è tuo padre o il tuo migliore amico. Il suo compito non è darti sempre ragione, ma tirare fuori da te un potenziale che nemmeno tu sai di avere. E per farlo, a volte, deve essere il tuo "virus". Deve esporti alla frustrazione, alla critica, alla scomodità. Perché è lì, in quello spazio di attrito, che avviene la crescita.

La prossima volta che la panchina ti sembrerà ingiusta o il rimprovero troppo duro, fermati un istante. Resisti alla tentazione di pronunciare quella vecchia, comoda e velenosa bugia.

Fatti una domanda diversa. Attiva i tuoi anticorpi.

Perché l'allenatore non ce l'ha con te. Al massimo, ce l'ha con la versione mediocre di te.

E sta solo cercando di aiutarti a ucciderla per far nascere il campione che puoi diventare.

Cambia la storia. Cambia il tuo calcio.

E anche questa volta, per riuscirci, c'è da partire dalla testa.

Julio Velasco, medaglia d'oro a Parigi 2024

 
 
 

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